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Gabriele d’Annunzio

Gabriele d’Annunzio

1863 Gabriele d’Annunzio nasce a Pescara il 12 marzo 1863 dal padre è Francesco Paolo Rapagnetta d’Annunzio e dalla madre, Luisa De Benedictis. Terzogenito di cinque fratelli, Gabriele è di certo il  figlio favorito. Nutre affetto profondo e devozione soprattutto per la madre, che viene ricordata negli scritti per il suo amore e sollecitudine. Più conflittuale risulta invece il rapporto con il padre, che tuttavia svolgerà un ruolo decisivo nella formazione di Gabriele che per molti versi gli somiglia: è un uomo sensuale, dedito ai piaceri e agli sperperi, ma si occupa a fondo dell’educazione del figlio. Egli comprende subito le doti di Gabriele e gli procura buoni maestri locali, manifestando con  prodighi doni il suo orgoglio per il figlio.

1874 Gabriele lascia Pescara undicenne per un rinomato collegio pratese, il Reale Collegio Cicognini, dove resterà fino al diciottesimo anno di età,  quando conseguià la licenza liceale. I suoi professori lo descrivono come un adolescente dotato di molto ingegno, molto impegnato nello studio e più maturo dei suoi compagni, “tutto dedito a farsi un nome”,  e lui non fa mistero di questo suo voler primeggiare. “Mi piace la lode, mi piace la gloria, mi piace la vita”. Capisce anche d’avere un irresistibile ascendente suoi compagni, dirà infatti: ”Ero diventato ormai consapevole del mio potere, sapevo ormai di poter trascinare in qualunque luogo, in qualunque ora, tutta la mia compagnia alle più folli insubordinazioni”.

1879 Pubblica , a spese del padre, “Primo vere”, raccolta di poesie e traduzioni.

1880 Corregge e aumenta “Primo vere”  per una nuova edizione. Esce “Cincinnato”, la sua prima novella; in quello stesso anno un giornale di Firenze, il “Gazzettino Letterario”, riceve anonima la notizia della morte del poeta in erba per una caduta da cavallo. Subito fioriscono commosse necrologie. La smentita, di pochi giorni successiva, non dissipa l’alone di leggenda che si è creato intanto intorno al giovane: che poi è quello che lo stesso d’Annunzio si proponeva mettendo in circolazione, si, proprio lui, la falsa notizia della sua morte avventurosa. Conseguita la licenza liceale a pieni voti  d’Annunzio trascorre l’estate  in Abruzzo dove stringe amicizia con il pittore Francesco Paolo Michetti, lo scultore Costantino Barbella e  il musicista Francesco Paolo Tosti.

1881 Conosce a Firenze Giselda Zucconi, figlia di uno dei suoi professori: a lei saranno dedicate le liriche del “Canto novo” (1882). La chiama Lalla e promette di sposarla. Si trasferisce a Roma con l’intenzione poi elusa di frequentare la Facoltà di Lettere. Numerose testimonianze accertano la benevolezza con la quale fu accolto. Quando giunge a Roma  essa gli appare come un enorme cantiere: sta sorgendo la Roma degli uffici e delle palazzine, nella logica brutale della prima speculazione edilizia che non risparmia dal degrado e dalla distruzione i luoghi già per tanto tempo sacri alla “bellezza e al sogno”.

1882 Pubblica le novelle di “Terra vergine” e le poesie di “Canto novo”. Con Scarfoglio e Pascarella visita la Sardegna. Collabora alla “Cronaca bizantina”, nella cui redazione conosce  Carducci. A Roma vive in una modesta stanzuccia in via Borgognona ma è assiduo frequentatore dei salotti alla moda che si disputano il già celebre poeta, che intanto si mantiene con l’attività giornalistica, via via sempre più intensa. Conosce Maria Hardouin  figlia del Duca di Gallese e se ne innamora.

1883 Per vincere la tenace ostilità del Duca al matrimonio, d’Annunzio non risparmia i colpi sfrontati e a sensazione. Renderà pubblico, in una poesia uscita sulla “Cronaca bizantina”, il “Peccato di Maggio”. Di lì a poco inscena addirittura un rapimento, che renda inevitabili le nozze riparatrici che avverranno  poco dopo senza però la benedizione del duca. I due sposi si trasferiscono poi, senza dote, in Abruzzo nella Villa del Fuoco. Lo scrittore pubblica la raccolta poetica “Intermezzo di rime”. Collabora sempre più intensamente ai  giornali e ai periodici della Capitale.

1884 Nasce il figlio Mario. Pubblica le novelle del “Libro delle vergini”. E’ assunto dalla “Tribuna” come cronista mondano. Le polemiche seguite alla pubblicazione delle poesie dell’”Intermezzo”, da molti giudicate francamente oscene, segnano il distacco definitivo col Carducci, che egli definirà poi “maestro avverso”

1885 Dirige per alcuni mesi la “Cronaca bizantina”. Dal 1884 al’88 lo scrittore, finito “fra le magre braccia del giornalismo”, deve lamentare “la miserabile fatica quotidiana” che lo snerva e lo distoglie dal suo sogno di gloria e di poesia, dal capolavoro di cui si sente capace. Eppure l’esperienza giornalistica non può giudicarsi soltanto tempo perduto, d’Annunzio vi acquisisce di giorno in giorno scioltezza e versatilità, prontezza nel misurarsi con le istanze e le “correnti medie” della sensibilità collettiva.

1886 Nasce il secondogenito, Gabriellino. Pubblica le “novelle di San Pantaleone” e i versi di “Isaotta Guttadauro”, in una raffinata edizione illustrata. che però non ha il successo sperato: dell’opera colpisce negativamente l’oltranza preziosistica, di artificio fine a se stesso, che lascia in molti l’impressione di una prova di snobismo.

1887 Conosce Elvira Natalia Fraternali, coniugata Leoni  (per lui Barbara o Barbarella) e se ne innamora. La nuova travolgente passione finisce  inevitabilmente col mortificare il rapporto con la moglie. Con l’amante è a Venezia quando nasce il terzogenito Veniero.

1888 [fino al 1891] Lascia Roma e la “Tribuna”. Si ritira in Abruzzo, a Francavilla, ospite dell’amico Michetti nella sua villa “il Convento”  per comporre il suo primo romanzo, “il Piacere”.

1889 Non appena il “Piacere” è pubblicato si accinge a scrivere l’”Invincibile”, un nuovo romanzo che avvia, ma senza concluderlo, durante l’estate trascorsa con Barbara a San Vito Chietino. E’ chiamato a prestare il servizio militare presso il reggimento dei cavalleggeri di Alessandria.

1890 Escono nella “Tribuna Illustrata” le prime puntate dell’”Invincibile”. Si separa dalla moglie che tenta il suicidio gettandosi dalla finestra di casa. Raccoglie in volume (L’Isotteo – La Chimera) poesie antiche e recenti.

1891 Pubblica la lunga novella Giovanni Episcopo e, di nuovo nel rifugio di  Francavilla, compone l’”Innocente”. Si trasferisce a Napoli dove conosce Maria Anguissola Gravina Cruyllas di Ramacca. Per qualche tempo lo scrittore si destreggia tra le due donne la Gravina e Barbara, e questo lo si trova in alcune poesie di quel periodo che presuppongono, a quanto sembra, un doppio destinatario. La Gravina si unisce al vate dandogli una figlia, Renata detta Cicciuzza, la Sirenetta nel “Notturno”, che alla morte nel 1976 sarà sepolta al Vittoriale . Georges Hérelle gli propone di tradurre in Francia L’”Innocente”.

1892 Abbozza per il teatro il “Sogno di una notte d’estate” e “La Nemica”, riprende poi l’Invincibile avviandolo a conclusione con il nuovo titolo di  “Il Trionfo della morte”. Pubblica le “Elegie romane”.

1893 Pubblica il “Poema paradisiaco” e le “Odi navali”. Muore il padre e d’Annunzio si trova ora con una paurosa eredità di nuovi debiti. Si stabilisce a Francavilla nel villino Mammarella che arreda fastosamente, quasi a prefigurare su scala ridotta quello che sarà un giorno il Vittoriale. Con la Gravina la convivenza è raramente serena. D’A. ha ora una nuova famiglia da mantenere, la moglie gli intenta una causa per ottenere gli alimenti, il marito di Maria trascina i due amanti in tribunale querelandoli per adulterio.  Ma il biennio napoletano è per d’Annunzio ricchissimo di acquisizioni culturali e rappresenta una svolta nella sua carriera di scrittore, anche se sono anni che egli definisce di  “splendida miseria”.

1894  Esce il “Trionfo  della morte” che due anni dopo viene pubblicato in Francia, dove compare anche una serie di novelle tradotte sempre da Hèrelle. Ripubblica l’”Intermezzo” con aggiunte e correzioni. A Venezia incontra Eleonora Duse, attrice più vecchia di lui di 5 anni con la quale prende avvio un’intesa fatidica, mentre la convivenza con la Gravina stà diventando intollerabile a causa della sua gelosia.

1895 Stila il programma della rivista romana “Il Convito”, dove esce a puntate un nuovo romanzo, le “Vergini delle rocce”. Incontra Giovanni Pascoli a Roma. Durante l’estate compie una crociera in Grecia. Come le Vergini anche il Piacere viene tradotto in Francia. Ojetti lo intervista per il suo libro “Alla scoperta dei letterati”: questa intervista costituisce un testo capitale per intendere la poetica dannunziana. Poco più che trentenne, d’Annunzio appare all’Ojetti già con il carisma di un leader.

1896 Frutto immediato del viaggio in Grecia sarà anche il rifacimento di “Canto novo”. Ormai separato dalla Gravina, trascorre con la Duse alcuni giorni in Toscana, alla Marina di Pisa e al Gombo. Compone per il teatro la “Città morta” e avvia il romanzo “il Fuoco”.

1897 Compone per la Duse il “Sogno di un mattino di primavera” (la “prima” rappresentazione è a Parigi) e “Il sogno di un tramonto d’autunno”.

1898 Sarah Bernhardt interpreta a Parigi la “Città morta”. Compone la “Gioconda” per la Duse, con la quale si trasferisce a Settignano, nelle colline fiorentine dove affitta la Capponcina, antica villa dei Capponi. Annuncia  l’intenzione di comporre “Frate Sole”, “una tragedia francescana”, e le “Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi”, sette libri di poesia intitolati alla costellazione delle pleiadi: Maia, Elettra, Alcione, Celeno, Merope, Asterope, Taigete. Con la Duse è in Egitto.

1899 Dall’Egitto passa in Grecia e compone a Corfù il dramma la “Gloria”,. Al rientro segue la Duse in tournèe a Palermo, Roma, Bologna, Venezia e Torino. Raggiunta finalmente la Capponcina, si dedica alle Laudi, con i versi che poi raccoglierà nei primi tre libri: Maia, Elettra e Alcyone. Dopo l’estate trascorsa alla Marina di Pisa, in settembre è in Svizzera con la Duse che raggiungerà anche a Vienna il mese successivo. Prosegue la composizione del “Fuoco”.

1900 Inaugura il secolo con una solenne Lectura Dantis a Firenze, in Orsammichele. Pascoli censura pubblicamente l’eccessiva mondanità di d’Annunzio, che ribatte risentito. Pubblica il “Fuoco”, anche in francese, e con la Duse è in Austria e Germania. Durante l’estate affitta in Versilia una villa nella località “Secco Motrone”. Si dedica soprattutto alle odi poi comprese in “Elettra”, ma anche “Alcyone” lo vede all’opera.

1901 Prosegue la composizione delle poesie di “Alcyone” e delle odi di “Elettra”, che in qualche caso legge in pubblico. Nell’estate ritorna in Versilia, al “Secco”, dove compone “Francesca da Rimini”, dramma in versi: la prima si tiene a Roma il 9 dicembre. La tragedia “è dedicata alla Duse, sulla cui arte inarrivabile ormai d’Annunzio plasma i suoi personaggi. Per il Natale è a Pescara.

1902 raduna in un volume una scelta delle novelle giovanili di ambiente abruzzese (Novelle della Pescara). In febbraio è in Maremma e in maggio in Istria. Durante l’estate affitta la villa dei Goretti a Romena, nel Casentino. Compone qui, oltre a un nutrito gruppo di sonetti raccolti in “Elettra”, la maggior parte delle poesie di “Alcyone”.

1903 “Maia”, il primo libro delle Laudi, portato a compimento con estrema rapidità (il poeta dichiara di averlo composto per la maggior parte in piedi) viene pubblicato in maggio. Contiene fra l’altro il Saluto al Maestro, versi di omaggio a Carducci (il maestro avverso). Durante l’estate, trascorsa a Nettuno, compone per le scene “La figlia di Iorio” che intende in un primo tempo dedicare a Pascoli ( cui dedicherà poi Alcyone). Alla fine dell’anno, in un solo volume, escono “Elettra” e “Alcyone”, rispettivamente  secondo e  terzo libro delle “Laudi”.

1904 La rappresentazione de La Figlia di Iorio riscuote grande successo, ma la relazione con la Duse, a cui una malattia impedisce all’ultimo momento di impersonare il ruolo prestigioso di Mila di Codro, inizia a vacillare: lei sopporta sempre più a fatica il carattere irrequieto, i ripetuti tradimenti dell’amante cui sente di aver dato tutta se stessa. Ma d’Annunzio l’ha molto amata, a modo suo: quando morirà a Pittsburgh nel 1924 scriverà pagine commosse e terrà al Vittoriale, accanto al tavolo di lavoro, insieme con l’immagine della madre, un busto dell’attrice sul quale stende un foulard: Eleonora è la “testimone velata” della sua ultima solitudine. Egli avvia un’intensa relazione amorosa con Alessandra Carlotti di Rudinì (la chiama Nike per la sua bellezza statuaria).Acquista una torpedo Florentia.

Alla Capponcina lo stile di vita cambia, improntato alla profusione sfrenata e al coinvolgimento a capofitto nella mondanità più vorticosa. Stando alle stime dei cronisti dell’epoca, i servitori salgono da cinque a ventuno, i cavalli da due a otto e i cani da quattro a trentanove. Da anni in vetrina, attento a non perdere mai il contatto con il pubblico, d’Annunzio sa che anche i festini, le cavalcate o le battute di caccia alla volpe possono concorrere alla moderna immagine dello scrittore, alla sua leggenda, in modi che avevano già provocato una risentita presa di posizione del Pascoli.

1905 Compone “La fiaccola sotto il moggio” rappresentata senza grande successo, e la “Vita di Cola di Rienzo”, la prima di una serie progettata di Vite di uomini illustri e di uomini oscuri. Nike si ammala gravemente e subisce tre interventi chirurgici. L’amante le sta accanto giorno e notte instancabile, fino a quando egli non scopre che la  donna è ormai  irrimediabilmente caduta vittima della morfina  “il mostro vorace” .

1906 Appronta un volume di “Prose scelte”. L’infaticabile seduttore conosce Giuseppina Mancini, da lui detta Giusini o Amaranta, che soppianta Nike. Compone “Più che l’amore”, tragedia moderna che però viene clamorosamente fischiata. Trascorre l’estate alla Versiliana di Pietrasanta.

1907 Muore Carducci. Al maestro insignito del Premio Nobel, d’Annunzio dedica una pubblica “Commemorazione”. Compone “La nave”, che è rappresentata con grande successo.

1908 Combattuta fra l’amore e il dovere (è maritata), Giusini perde il senno e viene ricoverata in una casa di cura. L’amante disperato tiene un diario dei giorni angosciosi, Solus ad solam, che uscirà postumo. E’ ora il turno di Natalia di Goloubeff, detta Donatella, di origina russa.

1909 Compone “Fedra” con la quale però non ripete il successo della Nave. Torna al romanzo, con il “Forse che sì forse che no”, composto a Marina di Pisa. Progetta di raccogliere in volume gli abbozzi delle opere non condotte a termine. A Montichiari vola con Curtiss e Calderara e qui consegue il brevetto di pilota. Conia per l’aereo il termine “velivolo”, o meglio replica quei latini che chiamavano “velivoli” gli uccelli.

1910 Mentre esce il “Forse che sì”, poi tradotto in francese da Donatella, i creditori assediano la Capponcina. Non potendo far fronte ai debiti ripara in Francia, prima a Parigi e poi ad Arcachon, nella Gironda. L’esilio francese, che durerà cinque anni (tanti ce ne vogliono per riassettare le sue finanze disastrate), è un esilio dorato, a capofitto nella vita mondana e nei salotti letterari, a contatto elettrico con l’effervescenza dell’attualità più aggiornata. Frequenta le memorabili stagioni dei balletti russi. Compone il Martyre de Saint Sèbastien, in collaborazione con il grande Debussy. Oltre a Donatella, frequenta la pittrice americana Romaine Brooks (Cinerina), femminista, lesbica e incestuosamente legata al fratello, e la stravagante marchesa Maria Luisa Casati Stampa (Corè).

1911 La messa in scena del Martyre de Saint Sèbastien con Ida Rubistein nella parte del santo, determina la condanna dell’opera da parte dell’autorità religiosa che pone poi all’Indice tutti i romanzi e i drammi dannunziani. I “begli arredi” della Capponcina vengono venduti all’asta. Lo scrittore inizia a collaborare al “Corriere della Sera” con le “Faville del Maglio”, prose di memoria, e con le “Canzoni” per la guerra di Libia ( che saranno poi raccolte in volume come quarto libro delle “Laudi”, “Merope”).

1912 Compone per Mascagni  “Parisina” e affida al “Corriere della Sera”, in quattro puntate, la “Contemplazione della morte” (commemora la morte di due amici: Pascoli e Bermond). La pubblicazione delle “Faville”  prosegue con il lungo racconto memoriale “Il compagno dagli occhi senza cigli”, mentre lo scrittore ripropone “La Vita di Cola di Rienzo” a cui premette un ampio Proemio: l’autobiografismo di d’Annunzio comincia a diventare scoperto e diretto, non più mediato attraverso la maschera degli eroi romanzeschi; inizia la così detta stagione notturna dove l’autocelebrazione può convivere con il ritratto angoscioso del proprio sfacelo. Nella scrittura assume spazio quasi esclusivo la memoria con i suoi frammenti di vita.

1913 In vista di una collaborazione con Puccini  scrive “La Crociata degli innocenti”  un opera tra teatro in poesia, mimo e danza, da cui verrà tratto un film; ancora per la Rubistein compone: “La Pisanelle ou le Jeu de la rose et de la mort”. Al “Corriere” consegna le puntate della “Leda senza cigno”, romanzo breve. Ancora per il teatro compone “Il Ferro” che sarà tradotto in francese con il titolo di Chèvrefeuille. Per il cinema appronta le didascalia di Cabiria.

1914 Partecipa in Inghilterra alla Wateloo Cup, gran premio di corse canine. Ma allo scoppio della guerra lascia Arcachon e si trasferisce a Parigi dove comincia a caldeggiare l’intervento italiano a fianco dell’Intesa; Albertini, direttore del Corriere della sera, cercherà di accelerare il suo rientro in Italia. Visita il fronte e i campi di battaglia.

1915 Dopo cinque anni d’“esilio” rientra in Italia. A Genova e a Quarto, e poi anche a Roma, pronuncia accesi discorsi interventisti. Dopo la dichiarazione di guerra ottiene di essere richiamato in servizio come ufficiale dei Lancieri di Novara al comando del Duca d’Aosta. Nota è una lettera che d’Annunzio invia al presidente del consiglio dell’epoca, Salandra, in cui minaccia persino di uccidersi nel caso in cui gli venisse negata la prima linea: “Io non sono un letterato in papalina e pantofole. Voi volete salvare la mia vita preziosa, voi mi stimate oggetto da museo, da custodire nella stoppa e nella tela da sacchi. Ebbene, ecco, io getto la mia vita solo pel piacere di contraddirvi e di gettarla”. Si stabilisce a Venezia, dove abita sul Canal Grande nella Casetta Rossa degli Hohenlohe. E sospira: “come mi piacerebbe di ornarla se fossi ricco”; vive comunque come tale, nonostante le ammonizioni di Albertini: “non c’è cifra di reddito che ti sazierebbe”. Scrive per il “Corriere della Sera” i “Canti della guerra latina”. Vola su Trieste il 7 e il 28 agosto dopo una spedizione nell’Adriatico a bordo di un sommergibile.

1916 In seguito a  un incidente perde l’occhio destro. Nell’immobilità a cui è costretto scrive una parte del “Notturno” e la licenza da annettere alla stampa in volume della “Leda senza cigno”. Conosce Olga Levi (Venturina) con cui intreccia un’appassionata storia d’amore e più tardi la pianista Luisa Baccara (Smikra) che gli rimarrà accanto fino alla morte.

1917 Muore la madre. Una volta guarito combatte con la fanteria sul Veliki e sul Faiti, partecipa anche alla battaglia dell’Isonzo e del Timavo, al bombardamento su Pola, dice di aver acquistato un terzo luogo di là dalla vita e dalla morte. Riprende anche a volare contro il parere del medico, che poi dovrà ammettere: ”il suo caso segna una volta ancora la bancarotta della scienza”. Compie incursioni aeree su Pola e Cattaro e conia il grido di guerra Eia, Eia, Eia, Alalà!

1918 Continua a comporre Canti di guerra e a pronunciare discorsi di incitamento alla lotta e al sacrificio. Per mare ordisce la “Beffadi Buccari”, penetrando nottetempo, con il MAS ora conservato al Vittoriale, nel golfo di Buccari per affondarvi le navi nemiche e lasciandovi tre bottiglie coronate di fiamme tricolori, contenenti impertinenze contro il nemico. L’azione ha soprattutto valore simbolico come il temerario e clamoroso volo su Vienna, compiuto per annunciare la vittoria italiana con il lancio di volantini (l’aereo, uno SVA 10, è conservato nell’auditorium del Vittoriale). Compie una trasvolata dimostrativa in Francia e partecipa all’ultima battaglia del Piave nell’ottobre.

1919 Le trattative per la pace  e per la sistemazione dell’Europa lo amareggiano: giudica “mutilata” la vittoria dell’Italia  a cui non è stata concessa la Dalmazia. Pubblica una polemica Lettera ai Dalmati nel “Popolo d’Italia” diretto da Mussolini, che ha frattanto costituito i “ Fasci di Combattimento”. Muove alla volta di Fiume, occupa la città e la governa come Comandante di una Reggenza. A Fiume pronuncia discorsi di violenta efficacia oratoria, tessuti di slogan a effetto tra un ovazione e l’altra della folla, fornendo al futuro Duce del fascismo più di un modello da imitare. La fine della guerra segna anche la fine della relazione con Venturina, a cui subentra la pianista Luisa Baccara.

1920 Stende con Alceste De Ambris la Carta del Carnaro, ordinamento dello Stato libero di Fiume. Guglielmo Marconi e Arturo Toscanini gli rendono omaggio. Ma il trattato di Rapallo determina la fine della Reggenza: la città  viene sgombrata con la forza dal governo Nitti.

1921 Lascia Fiume e torna a Venezia dove sono giunti mobili e libri dello chalet di Arcachon. Ma lo scrittore, deluso e amareggiato, si trasferisce subito a Gardone Riviera, sulla costa bresciana del lago di Garda. Acquista qui una modesta villa, il “Cargnacco”, e la trasforma via via nel “Vittoriale”, cittadella monumentale e sacrario della sua vita di poeta e di eroe che abiterà fino alla morte in compagnia di Luisa Baccara. Quella che a Ojetti era parsa sulle prime la casa di un parroco di campagna viene subito ristrutturata e ampliata. Quando d’Annunzio acquista  “Cargnacco”, la terra contava un’estensione di soli 2 ettari; ma tra il 1922 e il 1935 vengono acquistati i territori circostanti fino ad arrivare ai 9 ettari. Il proprietario stesso, dapprima sconcertato dalla sistemazione borghese che gli si prospetta, affida i lavori di restauro della villa ad un architetto locale Gian Carlo Maroni che da Riva si trasferisce a Gardone per vivere a fianco del Vate.

La villa, appartenuta a Henri Thode critico d’arte e marito di una figliastra di Wagner, fu sequestrata al proprietario nel 1918 completa di  libri (6.000 volumi circa fra i quali il dannunziano Fuoco in una versione del 1913) quadri e mobili. D’Annunzio prima l’affitta per 600 lire mensili e poi l’acquista per 130.000 lire. Così la villa Cargnacco diventerà il “Vittoriale” degli Italiani. D’Annunzio vuole una casa per riporvi, così confida,  “i resti dei miei naufragi” e dichiara: “come una lumaca ho il mio guscio”. Dopo una precisa spartizione dei compiti (“chiedo a te l’ossatura architettonica, ma mi riserbo l’addobbo”) l’accordo tra d’Annunzio e Maroni si baserà sull’illimitata devozione dell’architetto nei confronti del poeta. Maroni infatti non batte ciglio dinanzi alle intemperanze dell’estroso committente.

1922 Cadendo accidentalmente da una finestra del primo piano, resta gravemente ferito al capo. Questa caduta gli impedisce di svolgere un ruolo attivo nei mesi torbidi e inquieti che portano alla  marcia su Roma; più probabile però il voluto defilarsi da imprese che lo avrebbero costretto ad alleanze e compromessi indesiderati. La marcia su Roma lo trova dunque convalescente e Mussolini gli telegrafa a cose fatte. Sistema per la pubblicazione i discorsi di guerra e fiumani.

1923 Il Vittoriale viene donato allo stato con una precisa contropartita: lo stato dovrà offrire i mezzi per questa fabbrica monumentale. La donazione sarà tanto più generosa quanto più saranno consistenti le risorse concesse. Durante questo anno ha dei dissapori con Mussolini, specie in rapporto alla questione della Federazione dei lavoratori del Mare. Pubblica “Per l’Italia degli Italiani”.

1924 Dopo l’annessione di Fiume d’Annunzio viene  insignito del titolo nobiliare – Principe di Montenevoso – dal Re e da Mussolini. Titolo graditissimo a d’Annunzio che in cuor suo aveva sempre nutrito ambizioni aristocratiche. Esce il primo tomo delle “Faville del maglio”..

1925 Mussolini gli rende omaggio con una visita al “Vittoriale”. In questi anni lo scrittore comincia ad interessarsi alla torre Rhuland che si trova di fronte a Villa Alba; l’acquisterà con il giardino allestendovi una  darsèna per il Mas 96 e un riparo per gli idrovolanti. Sempre nel ’25 giunge al Vittorioriale la prua della Nave Puglia,  che d’Annunzio riceve in dono dall’Ammiraglio Thaon de Revel, Capo di stato maggiore della Marina dal 1918. La Nave viene incastonata nella roccia, fra le colline del Vittoriale

1926 Viene fondato l’Istituto Nazionale per la edizione di tutte le Opere di Gabriele d’Annunzio che sarà stampata da Mondadori. I finanziamenti che ne derivano consentono l’acquisto di nuove aree circostanti il “Vittoriale” e la costruzione dell’ala di “Schifamondo”. Toscanini ripropone il  “Martyre di Saint Sèbastien”, che va in scena alla Scala di Milano.

1927 La Figlia di Iorio viene rappresentata grandiosamente nel parco del “Vittoriale”. Con il volume “Alcyone” prende il via l’edizione dell’Opera Omnia.

1928 Esce il secondo tomo delle Faville del Maglio.

1930 Perfeziona l’atto di donazione del “Vittoriale” mentre viene costituito il sodalizio dell’ “Oleandro” per l’edizione dell’Opera dannunziana in veste economica.

1934 La Figlia di Iorio è rappresentata a Roma con la regia di Pirandello e le scene di De Chirico.

1935 Esce il volume “Cento e cento e cento e cento pagine del libro segreto di Gabriele d’Annunzio tentato di morire”, sorta di autobiografia frammentaria, tra monumento e rovina.

1937 Viene nominato Presidente dell’Accademia d’Italia.

1938 Muore alle ore 20 del 1° marzo per emorragia cerebrale. La morte lo sorprende seduto al tavolo della Zambracca.