MAS
Dal 27 settembre 2026 al 7 marzo 2027
__________________________________________
Il Vittoriale degli Italiani accoglie La notte ha la sua via. Per un nuovo canto, mostra personale di Naby, a cura di Giordano Bruno Guerri, allestita nel suggestivo spazio del Ricovero del MAS 96.
Il progetto nasce in dialogo diretto con Contemplazione della morte, l’opera composta da Gabriele d’Annunzio nel 1912 e attraversata dai temi del passaggio, della trasformazione e del viaggio verso l’ignoto. È proprio da questo testo che la mostra trae il titolo e la propria trama ideale, trasformando il Ricovero del MAS in uno spazio sospeso tra memoria, rito e attraversamento.
Attorno al MAS 96 – protagonista della celebre Beffa di Buccari e simbolo dell’audacia dannunziana – Naby costruisce una vera e propria processione contemporanea, popolata da vestali, aeromaschere e creature ibride. Figure che sembrano avanzare verso l’imbarcazione seguendo una rotta silenziosa, in un percorso nel quale il vascello non rappresenta un punto di arrivo, ma la promessa di una nuova partenza.
Carta, ceramica e metallo diventano i tre linguaggi attraverso cui l’artista indaga la metamorfosi della materia. Alla leggerezza e alla fragilità della carta si contrappone la permanenza della ceramica, realizzata anche attraverso la collaborazione con la storica manifattura Gatti di Faenza; alle due si aggiunge un nucleo di aeromaschere in alluminio e lamiera metallica, presentate per la prima volta in mostra. Materiali diversi che raccontano altrettante possibilità di trasformazione: il foglio che diventa corpo, la terra modificata irreversibilmente dal fuoco, il metallo che acquista la leggerezza visiva di un’ala.
Nel lavoro di Naby affiorano suggestioni provenienti dalle avanguardie del Novecento e, in particolare, dall’immaginario futurista: il volo, la macchina, la velocità, la maschera e la compenetrazione tra corpo umano, animale e meccanico. Un dialogo con la storia che non assume mai la forma della citazione, ma diventa materia per la costruzione di un linguaggio personale.
A vegliare sulle figure compare una luna grigia, opaca e immobile: non il romantico “chiaro di luna”, ma un astro silenzioso e distante, quasi una presenza testimone. Anche qui il confronto con l’immaginario futurista – e con Uccidiamo il chiaro di luna! di Filippo Tommaso Marinetti – viene ripreso e trasformato dall’artista in una visione contemporanea.
La notte ha la sua via è così un percorso sul passaggio e sulla possibilità di oltrepassare una soglia: tra leggerezza e permanenza, memoria e futuro, umano e animale, materia e volo. Nel cuore del Vittoriale, davanti allo scafo che attraversò la notte di Buccari, la processione di Naby sembra infine raccogliere e rinnovare il più celebre invito dannunziano: Memento audere semper.
Il “nuovo canto” evocato dal sottotitolo non coincide quindi con una conclusione, ma con una possibilità ancora aperta: una nuova rotta da intraprendere.
Naby sviluppa una ricerca artistica incentrata sulla trasformazione della materia e sulla costruzione di un immaginario popolato da figure ibride, nel quale il corpo umano entra in relazione con il mondo animale, il volo, la maschera e la dimensione meccanica.
Elemento centrale della sua pratica è la carta, materia attraverso la quale l’artista costruisce un personale linguaggio plastico: il foglio, tagliato, piegato e trasformato, supera la propria natura bidimensionale per assumere volume e presenza nello spazio. Da questa ricerca nascono figure antropomorfe, vestali, creature alate e aeromaschere, caratterizzate da profili frastagliati e da una tensione costante fra leggerezza e struttura.
Tra le immagini ricorrenti della sua produzione compare la falena antropomorfa, presentata nel padiglione tanzaniano alla Biennale del 2024 e successivamente trasformata dall’artista attraverso differenti metamorfosi: dalla maschera meccanica fino alla figura della donna-falena e a nuove contaminazioni fra identità umana e animale.
Negli ultimi anni Naby ha progressivamente esteso la propria ricerca ad altri materiali. La collaborazione con la storica manifattura Gatti di Faenza ha introdotto la ceramica nel suo vocabolario espressivo, mettendo in relazione la fragilità e reversibilità della carta con la trasformazione definitiva prodotta dal fuoco. Più recente è invece la sperimentazione con alluminio e lamiera metallica, materiali attraverso i quali l’artista trasferisce nel metallo il segno, il taglio e la leggerezza visiva elaborati nel lavoro sulla carta.
La sua ricerca dialoga con alcune esperienze delle avanguardie storiche del Novecento – dal Futurismo alle sperimentazioni sul corpo, sulla maschera e sul movimento – rielaborandone temi e suggestioni all’interno di un universo autonomo e contemporaneo, nel quale convivono memoria, metamorfosi, femminile, natura e macchina.