Nel corso della sua vita Gabriele d’Annunzio dimostrò più volte che l’immagine affiancata a una parola – o più spesso a una frase, a un motto – diventa necessariamente più forte, più incisiva. Dal periodo del Convento di Francavilla, fino alla Casetta rossa durante la guerra creò e disseminò nelle opere motti e frasi portatori di significati. Anche al Vittoriale, nelle stanze della Prioria, anche negli angoli più nascosti, e tra la vegetazione del parco, sono presenti iscrizioni e motti.
Tom Antongini, amico e segretario del poeta, disse “Credo che nessun artista, nessun uomo al mondo, abbia mai adottato e creato, per sé e per gli altri, un numero più sterminato di motti e di divise, in italiano, latino, francese e greco. [..] La facoltà di crearne è in lui inesauribile, come lo è l’abilità nel rintracciarli nei testi ignorati e nell’adattarli immediatamente al caso suo“.
Di seguito alcuni dei motti dannunziani presenti al Vittoriale.
Il motto è inciso su uno stemma posto sulla facciata della Prioria, attorno alla sagoma di un cane levriero, la razza di cani preferita dal poeta. Lo stemma è una copia di quello di casa Canossa, anche se i cani utilizzati sono differenti. Il motto riprende fonti rinascimentali e qui viene utilizzato alludendo alla condizione del poeta: sempre fedele alla patria, ma fermo nell’azione (a seguito del Natale di sangue del 1920).
Nella Stanza della Musica, in rilievo tra i preziosi broccati neri e i vasi in vetro policromo, compaiono alcuni cimeli di guerra. Sono le insegne dipinte su legno della Prima Squadriglia navale di “Siluranti Aeree”, comandata da d’Annunzio dal marzo 1918. A partire dalle iniziali il poeta ne coniò due motti: Semper Adamas e Sufficit Animus. Entrambi legati al tema della forza, della resistenza e della volontà che si devono avere in guerra. Il primo significa “sempre adamantino”, ossia duro come il diamante, ossia resistente a tutto. Il secondo invece, ripreso da un sintagma di Seneca, significa “basta il coraggio”.
Il motto “Dona e non iscema” è ricamato sul copriletto di daino presente nella Stanza del Lebbroso ed è accompagnato da un sole raggiante. Il significato sotteso a questo motto evidenzia una qualità del sole, ossia quella di donare calore, luce e vita senza mai esaurirsi.
L’espressione deriva dall’Epistola ai Romani, di San Paolo (8,31): “Si Deus pro nobis, quis contra nos?“, ossia “se Dio [è] per noi, chi [sarà] contro di noi?”. Nella Stanza delle Reliquie, il motto è ben visibile nello stemma della Reggenza del Carnaro, ricamato a fili d’oro sul vessillo in seta rosso presente sul soffitto. La scritta è completata dalla presenza di sette stelle, a rappresentare la costellazione dell’Orsa Maggiore, che dava la direzione ai naviganti e che ha guidato il poeta nella Beffa di Buccari. Sette, per d’Annunzio, sono anche le città irredente che dovevano essere italiane. Attorno alle stelle un oroboro, il serpente simbolo egizio della vita eterna che costantemente si rinnova.
Negli ambienti interni della Prioria e dello Schifamondo è ricorrente la scritta “Ave Cave Pave“. La scritta è l’unione del saluto in latino dell’arcangelo Gabriele a Maria “Ave” (salve), l’imperativo “Cave” (fai attenzione), e, in climax, l’aggiunta di “Pave” (temi). D’Annunzio gioca con la paronomasia, ossia la somiglianza tra le parole, che dissimula però significati molto diversi.
Sui pannelli interni della porta d’ingresso alla Scala di Giobbe, il poeta volle i due motti che lo rappresentavano maggiormente: “Per non dormire” a sinistra e “Io ho quel che ho donato” a destra. “Per non dormire” era l’insegna principe della Capponcina, la villa dove d’Annunzio visse il periodo creativo più fecondo. E’ un inno al lavoro, al vivere tutti gli aspetti della vita, ripreso da fonti rinascimentali.
“Io ho quel che ho donato” è il motto più famoso e rappresentativo del poeta, ben evidente sul portale d’ingresso del Vittoriale ma anche, come citato nel precedente paragrafo, anche all’interno della Prioria. Il motto deriva da una frase del poeta latino Rabirio (I secolo d.C.) citato da Seneca nel De Beneficiis (6, 3, 1): “Hoc habeo quodcumque dedi“. Seneca racconta che fu Marco Antonio a usare questa espressione quando, vedendosi abbandonato dalla fortuna, disse che gli era rimasto solo quanto aveva donato in opere di bene. D’Annunzio lega questo motto anche al Vittoriale, monumento da lui creato e donato agli italiani.
La rima ordisco/ardisco era già presente in riferimenti rinascimentali e nel sonetto 40 del Canzoniere di Petrarca (vv. 2,7). D’Annunzio ne invertì l’ordine, creando il motto “Ardisco non ordisco“, adattandolo così alla sua personalità coraggiosa e pronta all’azione. Il motto accompagnerà anche il poeta nell’Impresa di Fiume, dove conquisterà la città.
Sul viale d’accesso al Vittoriale, dopo il Pilo del Piave, svetta il Pilo del Dare in Brocca, sulla cui base marmorea è apposto un medaglione, disegnato da Guido Marussig, con inciso il motto da cui il pilo stesso prende il nome. “Dare in brocca” riprende un lessico del parlato lombardo: “brocca” è il chiodino, “dare in brocca” significava raddrizzare il colpo e centrare il punto. Non è un caso che ancora oggi nel linguaggio lombardo si dica “imbroccare”, ossia colpire il bersaglio, l’obiettivo. Il motto viene completato da tre frecce la cui traiettoria centra e supera tre cerchi, simbolo che poi verrà adottato dalla fabbrica d’armi Beretta di Gardone Val Trompia. Lo stesso motto venne dipinto in oro anche sui lati dell’automobile del poeta OM 467, costruita per lui dalle Officine Meccaniche di Brescia.
Sul muro esterno del Ricovero del MAS, ma anche stampato su carta da lettere e sugli oggetti che il poeta omaggiava ai suoi ospiti, compare il motto “Memento Audere Semper“, ossia “ricordati di osare sempre”. Il motto è un incrocio del drammatico “memento mori” (ricordati che si muore) con “audaces fortuna iuvat” (la fortuna aiuta gli audaci), ma è anche una personale interpretazione della sigla M.A.S. ossia “Motoscafi Armati Svan”, il nome della casa costruttrice dei motoscafi anti sommergibile utilizzati nel febbraio del 1918 per la Beffa di Buccari.